Il paradiso perduto di Mallorca
L’invito
Quando i nostri amici ci hanno invitato nella loro casetta a Mallorca, non sapevamo che avremmo viaggiato nel tempo. Il piccolo complesso di case attorno alla caletta ci ha accolto come se ci stesse aspettando da sempre…
Il risveglio del tempo perduto
Svegliarsi in quel silenzio, a due passi dal mare, è stato come ritrovare una parte di me che credevo perduta. Il vento che profumava di elicriso e timo, il mare calmo, e in quella spiaggetta quasi deserta – tre persone al massimo in tutto il giorno – sono tornato indietro nel tempo, a quando viaggiavo da piccolo.

Un tempo in cui viaggiare significava scoprire, non conquistare: entravamo nei luoghi nuovi in punta di piedi, quasi facendo attenzione a non lasciare neanche le nostre impronte sulla sabbia: c’era rispetto in quel nostro modo di muoverci, a capo chino. Volevamo conoscere, non possedere: culture diverse, modi di pensare diversi dai nostri, abitudini che ci sorprendevano, cibi che raccontavano storie. Ogni viaggio era un passaggio verso un’altra dimensione dell’essere, e sono sicuro che questo ci ha arricchiti personalmente.
La bellezza del tempo condiviso
Ma in quei giorni a Mallorca ho trovato qualcosa di più della nostalgia del viaggiatore che ero. Ho trovato il lusso dimenticato del tempo senza fretta, passato con amici. Nessuna angustia, nessun programma se non quello di stare insieme, lasciandosi cullare dal ritmo delle onde.
Le giornate in barca a scoprire calette, nuove per noi, ma amiche di mille estati per loro, quando per arrivarci percorrevano lunghi sentieri a piedi, hanno intrecciato presente e passato come in una specie di danza. In quei giorni mi sono tornati in mente i ricordi di mio padre che pescava, e che mangiava i ricci appena raccolti (che io, bambino schizzinoso, ho imparato ad apprezzare solo anni dopo, quando la vita mi ha insegnato che i sapori più autentici sono spesso quelli che inizialmente respingiamo). Passare quei giorni a Mallorca è stato fantastico, immersi nel sole, senza sveglie, con colazioni abbondanti in tarda mattinata, e il pranzo che nasceva da quel che c’era, portato in barca con cura.
E poi c’era lei, la tovaglia bianca immacolata stesa sul tavolino della barca – gesto di civiltà ostinata contro la barbarie del consumo frettoloso. La birra ghiacciata appena uscita dalla neviera col bicchiere in plastica trasparente simil-cristallo (non il solito bicchierino di plastica bianco). Insomma, ogni dettaglio è stato un inno alla goduria.
Per non parlare poi dell’acqua, che merita un capitolo a parte: un cristallo liquido, che oscillava tra l’azzurro profondo e il turchese impossibile, come quando cerchiamo di ritoccare le foto al computer per aumentarne il contrasto, fredda al punto esatto in cui il tormento si trasforma in piacere… Abbiamo vissuto per qualche giorno in una bolla, lontano da monitor (anche se non del tutto, visto il nostro lavoro che non ci consente tregua), in un presente immerso nel passato.

Lo schiaffo del reale
Ma ogni paradiso ha il suo neo… da questa caletta, è bastato imboccare una stradina serpeggiante lungo il mare, che sembrava essere stata messa lì come per portarti ad esplorare nuove calette – per essere scaraventati, in meno di tre minuti, in una realtà che ci ha colpito come uno schiaffo in pieno sonno quando tua mamma ti dice che devi andare a scuola. La bolla esplode contro un muro di cemento: alberghi su alberghi, masse di turisti (tedeschi in maggioranza), discoteche, ristoranti che di locale conservano solo il codice postale, musica alta che copre il respiro del mare.
È un inno allo sciattaggio, all’appiattimento culturale, alla distruzione programmata. Altro che entrare in punta di piedi – qui erano i mallorchini autoctoni a muoversi con la cautela di fantasmi nella propria terra, attenti a non disturbare i nuovi conquistadores del turismo di massa. Si viaggia per il selfie, per la foto instagrammabile, si cercano i posti affollati dove gli ombrelloni si toccano e le piscine sono identiche a quelle di casa. Si ordina cibo industriale identico a quello che si potrebbe consumare in qualsiasi angolo del pianeta, circondati da connazionali che permettono di mantenere intatta la propria bolla linguistica e culturale.
Non c’è curiosità verso l’altro, rispetto per una lingua che porta in sé invasioni e resistenze secolari. Non si cerca di arricchire le proprie conoscenze ma di imporre le proprie convinzioni e abitudini. Questo non è visitare: è colonizzare.

Ad Artà, piccolo borgo dell’entroterra, la scena si è replicata con precisione chirurgica: orde di turisti frettolosi si accalcavano nel mercatino settimanale, ansiosi di riversare euro in bancarelle che vendevano le stesse cianfrusaglie reperibili in qualsiasi mercato turistico. Nel frattempo, in cima alla collina, il santuario di San Salvador e la chiesa della Trasfigurazione del Signore giacevano in un silenzio tombale, dimenticate. Noi abbiamo invertito il flusso: abbiamo saltato il mercato per arrampicarci verso il sacro. I turisti hanno fatto l’esatto opposto, probabilmente senza nemmeno accorgersi che sopra le loro teste si stagliava qualcosa che aveva resistito ai secoli.
E proprio mentre stavamo facendo una fatica immensa, avvolti da un caldo torrido, un gatto dall’aria filosofica, che era lì quasi come fosse un guardiano, si è lasciato immediatamente andare a fusa cosmiche, non appena Daniela lo ha sfiorato. Sembrava sussurrarci che lassù c’era qualcosa che valeva la fatica della salita sotto il sole, qualcosa che le formichine umane del mercato si stavano perdendo per sempre. E non è una questione di devozione – noi stessi siamo religiosi “a modo nostro” – ma di cogliere ciò che rende un luogo unico, diverso da tutti gli altri. È un concetto, questo dell’unicità, che stiamo perdendo, e che si riflette anche in altri ambiti.

Mi è capitato durante una cena in quei giorni, ad esempio, di raccontare come avessimo pianificato alcune vacanze con i suggerimenti di una IA, ChatGPT, per sentirmi rispondere con un “ci sarebbe da ammazzarli”. Un commento rivolto a noi e al discorso che stavo facendo direttamente con questa persona, ma pronunciato verso altri commensali, senza ulteriori spiegazioni – rompendo la catena colloquiale che stavamo tenendo in forma diretta. Ho dovuto insistere per capire tanto astio: la persona disapprovava il consumo di risorse dell’IA per queste cose così “frivole”… ma invece di aprire un dialogo, esprimere una critica costruttiva, condividere un punto di vista, ha scelto la chiusura totale. Quell’atteggiamento – che va oltre la maleducazione e sfocia nella mancanza di rispetto – non è poi così diverso dall’approccio predatorio dei turisti che fanno tabula rasa dei luoghi che visitano. Entrambi rifiutano il confronto, l’ascolto, la curiosità verso l’altro. Ho trovato questa correlazione irritante e rivelatrice di una tendenza più ampia, e ho chiuso quella conversazione con un senso di amarezza che ancora mi accompagna, quando ci penso.
L’anima in vendita
Ho toccato con mano una verità terribile: i mallorchini non stanno semplicemente accogliendo stranieri, stanno liquidando la propria anima. E non penso di esagerare: io credo che l’anima di un popolo sia fatta di tutto ciò che gli avi hanno saputo creare, amare e custodire – le loro case, la loro lingua, i loro silenzi, i sapori semplici di ogni giorno. Ora tutto questo viene barattato per denaro, al migliore offerente, nell’illusione che il denaro ricevuto possa acquistare una felicità superiore a quella perduta: che grande errore!
Il vero valore, secondo me, era invece proprio preservare quel paradiso, e lasciare entrare la gente in punta di piedi. La ricchezza vera, per me, è condividere giornate spensierate con amici, rispettando l’ambiente che ci accoglie. Impattante, ancora di più, poi, l’imminente costruzione, in una bellissima pineta proprio adiacente a questa caletta, di un nuovo complesso residenziale con circa ottanta nuove costruzioni. La fine di quella piccola bolla di autenticità è scritta nel cemento che già si prepara nei cantieri. È arduo, quasi eroico, per chi ancora tenta di preservare questi ultimi brandelli di paradiso, portare avanti la propria missione contro la marea montante del profitto. Mi ricorda sotto molti aspetti il degrado dell’isola di Malta, posto dove ho vissuto quasi 10 anni, e che considero ancora una seconda casa. La stessa trasformazione, la stessa distruzione, solo con volti diversi.
Ma questa non è una cosa che riguarda solo Mallorca o Malta: sta accadendo ovunque. Tutte le città e le nazioni che possiedono caratteristiche uniche stanno subendo la stessa sorte. Il denaro sta stravolgendo gli equilibri geografici, costringendo la gente più radicata e più povera ad andarsene, per lasciare il posto a chi ha più soldi e viene attratto proprio da quell’unicità. E a chi arriva da fuori spesso sfugge una verità semplice: quei luoghi erano così grazie a chi manteneva vive le tradizioni, i sapori, la lingua, i gesti e la cultura del posto. Quella stessa gente che ora è costretta ad abbandonare quei luoghi, lasciandoli così appiattire e trasformare in qualcosa che, in poco tempo, non avrà più nulla di caratteristico o unico.
E non ne faccio una questione di nazionalità, perché ciò che conta davvero è la capacità di preservare l’anima del luogo in cui vivi. Certo, è qualcosa che richiede uno sforzo maggiore se non ci sei cresciuto, ma non ha nulla a che vedere con la tua nazionalità. A Roma, ad esempio, ci sono tante “pizzerie al taglio romane” portate avanti da egiziani, e spesso la loro pizza è anche più fedele di quella fatta da molti romani.
Il sapore agrodolce della fine
Ad ogni modo, ora capisco meglio l’astio dell’amica che ci ha invitati verso la “turistificazione”. Lei si rifiuta categoricamente di viaggiare per non rendersi complice, nemmeno involontariamente, di questo scempio planetario. Anche se io continuo a credere, forse con ingenuo ottimismo, che il “come” e “quando” si viaggia faccia ancora la differenza. Noi siamo stati turisti, certo, ma di un’altra specie – o almeno così ci piace illuderci nel nostro bisogno di assoluzione.
Altra amarezza profonda l’abbiamo provata assaggiando dei dolci tipici, le “ensaimadas”, quelle originali fatte da un antico forno, che nulla hanno a che vedere con le imitazioni vendute altrove, e fatte con la “saim”, lo strutto di maiale (ci siamo divertiti come filologi dilettanti a rintracciare l’etimologia araba del termine, paradossale in un dolce a base di grasso suino), che poi ho scoperto condividere la parola anche con il dialetto siciliano (“saimi”). La proprietaria di quel forno l’ha detto chiaramente: quando lei non ci sarà più, il forno chiuderà, perché non c’è nessuno a cui tramandare l’arte. Sapere poi che un altro dei forni tipici, vicino ad Artà, che aveva resistito per anni, è stato sostituito da un fast food di kebab… è già di per sé emblematico.

In compenso, abbiamo avuto la fortuna di imparare dai nostri amici a fare due piatti fondamentali della cucina: uno, specificatamente, della cucina mallorquina (la “coca de trampò”), e l’altro, la famosa “tortilla de patatas”.

I custodi artificiali della memoria
E così la gioia di aver scoperto un angolo di passato ancora vivo si trasforma nell’amarezza di sapere che quella bolla temporale ha i giorni contati. La fortuna di esserci stati si tinge della tristezza per ciò che diventerà.
Stiamo consegnando tutti i nostri valori, tutte le nostre memorie alle intelligenze artificiali. Saranno gli androidi umanoidi, i custodi di un’epoca che sta scomparendo, che tra una sola generazione non avrà più testimoni in carne e ossa?. Il mondo che ho vissuto sulla mia pelle, che ha segnato i miei neuroni con esperienze irripetibili, rimarrà solo come impulsi elettrici nel mio cervello finché vivo. Poi diventerà un pattern di tensioni in chip di silicio, quando una IA del futuro leggerà questo mio testamento digitale e lo aggiungerà alle migliaia di altri documenti per creare “esperienza” e divulgarla ai nuovi giovani. Gli androidi diventeranno i surrogati dei nostri nonni, perché quelli biologici non saranno più portatori di una realtà persa: avranno vissuto gli stessi non-luoghi globalizzati e conosciuto le stesse non-persone intercambiabili che popolano già il nostro presente.
In questo oscillare vertiginoso tra la gratitudine commossa per aver ancora potuto sfiorare quel mondo e la tristezza abissale per la sua agonia, trovo il sentimento che mi ha accompagnato al ritorno. Un sentimento così intenso da cristallizzarsi in un nodo alla gola che mi ha letteralmente impedito di pronunciare anche solo un addio ai nostri compagni di questo viaggio nel tempo.
L’addio
Non posso non solidarizzare con tutti quelli che combattono per non perdere il proprio paradiso: sono gli ultimi custodi di un tempo in cui si sapeva ancora entrare in punta di piedi, in cui il viaggio era trasformazione e non conquista, in cui l’anima di un luogo valeva più del suo prezzo di mercato.
Forse è proprio questo il compito di chi ha ancora memoria: raccontare, tramandare, resistere. Non per fermare il tempo, che è una battaglia persa, ma per lasciare traccia che un altro modo di essere al mondo è esistito. E che forse, chissà, potrebbe esistere ancora.
Il mio abbraccio, solidarietà, ringraziamento e inchino vanno a Sa Pedruscada ed a tutti quelli che stanno combattendo contro il nuovo progetto di edificazione.

E un grazie speciale, sussurrato come una preghiera, ai miei due amici – anime belle che spero abbiano resistito fino a quest’ultima riga, e che sanno di essere i destinatari segreti di questa lunga lettera d’amore a un mondo che muore.
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Comments
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Federico | Jul 8,2025
Un mio amico è al suo secondo anno di viaggio in barca a vela fra le isole della Grecia meno visitate, dove il tempo è rimasto quello degli anni 60. In pratica da maggio fino a fine ottobre lui stravive inebriandosi di colori, mare cristallino, musica cicale, odori mediterranei, vento, luce, ossigeno, che lo trasportano in una condizione di completamento, armonia e pace che sono l’essenza dello stare bene, con frequenti accelerazioni/ascensioni verso la felicitá.
Quando percorsi la Patagonia in bici mi accorsi che esisteva un altro mondo, quello senza cemento, strade asfaltate, traffico, rumori meccanici, persone in ordine sparso, un mondo caratterizzato dalla forte impronta NATURAle. In quel momento mi resi conto che la nota stonata di quella sinfonia ventosa nella pampa sconfinata ero io, non la natura. Dopo qualche giorno a pedalare mi accorsi che il mio cervello non faceva altro che pensare, ricordare, ragionare, elaborre, era una bufera di neuroni in sinc con la bufera degli elementi intorno a me.
Oggi si è persa la capacitá di ragionare, di elaborare, di apprezzare, siamo sempre piú appiatiti verso un modello di (poco) pensiero unico che come hai ben evidenziato sta sempre piú “bovinizzando” l’umanitá.
Il pensiero diverso non viene stimolato, stiamo diventando una massa molto (troppo) Tik Tok e sempre meno Tic Tac.
L’intelligenza artificiale, che tanti stanno osannando, altro non fará che prendere il posto degli umani e sono preoccupato che in un percorso di rimpiazzo si spingerá, come tutti i programmi basati sull’auto apprendimento, a migliorarsi e liberarsi dei bug di sistema. E i bug saremo noi!
Il mio vecchio pensiero sulla piccola comunitá che incarna uno spirito di coesione e condivisione non basato sul like ma sul caffé/birra al bar del centro, la chat in piazza al fresco della brezza serale, la chiacchiera dal negozio di pasticceria, la festa del paese per una ricorrenza o una celebrazione dove il bit lascia spazio al beat, credo possa essere una soluzione; su tutto peró deve prevalere un percorso culturale condiviso, dobbiamo studiare la nostra storia, dobbiamo leggere ragionare e dibattere di filosofia, dobbiamo scorrere meno e soffermarci di piú.
Non sono ottimista per le nuove generazioni, ma forse si arriverá a tanti piccoli punti di rottura che faranno crescere la consapevolezza di volersi riappropriare delle proprie vite, non piú sopravvirere, ma cercare di stravivere!
Nephew | Jul 9,2025
Il contrasto tra un luogo tanto incantevole e il suo stravolgimento e declino a causa del turismo di massa mette in luce un problema che va oltre il paesaggio, come hai ben descritto riguarda chi siamo e cosa scegliamo di proteggere. Nell’ultimo decennio, la tecnologia ha trasformato le nostre vite fino a renderle radicalmente diverse. Piattaforme come Airbnb nascono e si affermano in pochi mesi, cambiando non solo il modo di viaggiare ma anche il dna stesso di interi quartieri, la gente che prima supportava l’economia locale diventa una minoranza, sostituita da ondate di turisti sempre più caotiche e sproporzionate. Oggi, grazie a un’app, posso affittare una villa vista mare per un fine settimana, i residenti, invece, restano a guardare case sfitte che aumentano di prezzo e non potendo arrivare a quanto viene richiesto si svuotano centri storici (molto più accentuato quando parliamo di piccoli borghi). Questo cambiamento così rapido ha portato con sé un “gap dei valori” tra generazioni, la generazione più adulta tende a vedere Mallorca come un luogo di ricordi permanenti, radici profonde e relazioni comunitarie consolidate. Per loro, la vita non è un’esperienza da consumare, ma questa visione viene dettata anche da una maturità ed un’esperienza personale. I più giovani vivono in un contesto digitale, orientato alla scoperta continua, alla flessibilità e al “mostrare” esperienze invece che viverle realmente, le storie su Instagram viaggiano più veloci dei sentimenti. La priorità è l’istantaneità più che la durabilità, ed in questo vedo che si perdono i valori che ci sono stati tramandati, io in primis lo vedo con mio figlio, che quando cerco di dargli un’informazione “completa” mi chiede di spiegarla in maniera più semplice.
Il risultato? Mah forse stiamo vedendo sgretolare i valori più velocemente di quanto sia successo nelle generazioni passate, questo passaggio sicuramente lascerà un segno molto più forte, la solidarietà verrà sostituita dal profitto, le vere tradizioni di un posto cominceranno a somigliarsi tra loro, ovunque si andrà, come hai scritto, negozi di souvenir identici, menu turistici tutti uguali, eventi creati per i visitatori ma scollegati dalla realtà locale.
E’ la realtà in cui viviamo, per lo più, e che pian piano stiamo inserendo nella nostra vita, ma per fortuna noi, i più adulti, ancora riusciamo a dare un valore alla “differenza” ed a qualcosa di speciale, tipico, se vogliamo anche vecchio! Dall’altra parte le nuove generazioni, nonostante gli sforzi, vanno ad una velocità che spesso non consente di soffermarsi per apprezzare questa diversità ed unicità di posti, culture e situazioni.
Io con mio figlio ci provo e ci proverò … prima o poi mi dirà “Papo, mò basta … scialla!” Ecco lì sbroccherò io!